La distorsione della verità è una delle armi più pericolose nelle relazioni tossiche. Non si tratta solo di bugie, ma di una manipolazione sottile che ribalta i fatti fino a confondere chi li subisce.
Così, la linea che separa vittime e carnefici si offusca: chi soffre arriva a sentirsi in colpa, mentre chi ferisce si dipinge come innocente o addirittura come vittima. È un gioco crudele che logora dall’interno, minando la fiducia in se stessi e nella propria capacità di giudizio.
Queste persone non si limitano a modificare la realtà all’interno della relazione, ma spesso la alterano anche verso l’esterno. Quando raccontano fatti privati a conoscenti, amici o estranei, costruiscono una versione dei fatti adatta a difendere la propria immagine e a gettare ombre sulla vittima. È una vera e propria campagna diffamatoria, che isola chi subisce e la costringe a un continuo bisogno di giustificarsi.
La difesa possibile sta nel riconoscere questi meccanismi, nel non lasciarsi risucchiare da narrazioni distorte, ma ancorarsi alla realtà dei fatti, alle proprie emozioni, e al sostegno di chi sa ascoltare senza giudicare.
La verità non ha bisogno di giustificazioni: resta sempre lì, limpida, in attesa di essere vista.

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